Io me li ricordo i fascisti all’Università di Roma

Io me li ricordo i fascisti all’università di Roma. Io me li ricordo i fascisti sulle scalinate di Giurisprudenza che picchiavano, urlavano, ridevano e poi scappavano. Si un giorno li ho visti scappare, correvano per rifugiarsi dentro la facoltà di Giurisprudenza. Insieme a loro “l’on. Giorgio Almirante”, “l’onorevole”, quello che “parlava bene” nella televisione in bianco e nero tra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta.
Quella mattina però, li vidi fuggire, e i colpi di pietre che ricevevano li facevano scappare come conigli. Poi ci fu una sequenza impressionante di colpi che mandarono in frantumi tutte, ma proprio tutte, le vetrate della galleria che collegava Giurisprudenza a non so dove. Era una galleria sospesa che andava completamente in frantumi e loro scappavano, scappavano. Il rumore dei sassi che colpivano i vetri era talmente forte che sembravano colpi di fucile. Mi ritrovai in mezzo, ero come paralizzato. Era una bella giornata di dicembre, quelle con il freddo ed il cielo pulito. Frequentavo La Sapienza da qualche mese. Ero una matricola, un giovanissimo studente di provincia che si recava in città da solo, spaurito, che si sforzava di tenere a mente la strada per tornare a casa. Percorrevo sempre la stessa: dalla fermata di via Catania su viale Ippocrate per arrivare all’aula 1 vicino alla Cappella, e, dopo le lezioni, la strada per tornare a piazzale delle Province per prendere la Roma-Tivoli, 210 lire in contanti.
Non mi sono mai abituato alla città, preferivo essere un provinciale “europeo” ma di metropolitano non avevo nulla e a fine mattinata non vedevo l’ora di tornare al paesello.
La città non la capivo, un po’ la temevo, non mi era amica. Ma quella mattina li vidi correre e capii all’improvviso che i fascisti o li fai correre o ti massacrano. Avevo il batticuore, non riuscivo a respirare ma fu quella mattina che decisi da che parte stare. Sotto le scale, vicino ai compagni più coraggiosi che riuscivano a far indietreggiare i fascisti fino a farli scappare. Avevo paura ma erano loro che scappavano, erano loro in fuga. Dopo qualche anno arrivò il ’77 e fu tutta un’altra storia.
Claudio Proietti

(scritto su FaceBook il 13 marzo 2019)

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